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mercoledì 18 gennaio 2023

Un luogo giusto in cui morire, recensione che passione, Simona Trunzo


del giallo “Un luogo giusto in cui morire” di Giuseppe Benassi, casa editrice L’Erudita

“Borrani era incazzato nero. Il treno doveva arrivare da Roma alle diciassette e trenta. Era un tetro pomeriggio di fine novembre, piovoso e nebbioso.”

 Quella che avrebbe potuto essere una comune e raffinata descrizione di un luogo si tramuta nell’introduzione all’obbrobrio grottesco che circonda il più comune degli spazi abitati dell’essere umano. Questa la visione scelta dall’autore del giallo Un luogo giusto in cui morire di Giuseppe Benassi, edito L’Erudita.

Tutto riporta a una installazione greve, ambienti lugubri, in cui ogni azione è attorniata dal lato oscuro, quello dei pensieri e dei peggiori tormenti della mente, che l’autore riesce a schiudere in un viaggio nell’oblio parallelo al percorso del protagonista, vittima delle sue stesse congetture paranoiche che assumono visioni distorte delle realtà più banali: così come paragonare il dentifricio a un verme bianco che prende vita sul suo spazzolino. L’avvocato Borrani, vittima dei suoi stessi pensieri, sarà travolto da eventi oscuri e coincidenze beffarde che lo condurranno a essere il principale sospettato del delitto che si consuma.

Ma come può la morte di un uomo aprire a nuove possibilità di vita? La riflessione a cui ci invita Giuseppe Benassi va oltre il comune pensare, perché ci apre a una visione differente della stessa morte, non finalizzata come condizione permanente e irreversibile, ma come trasformazione o mutazione degli eventi. La morte di un individuo in effetti ha ripercussioni sulle persone coinvolte indirettamente e non, perché provoca cambiamenti, che possono essere anche evoluzione morale e personale dei soggetti interessati, comunque sempre metamorfosi. Ma si fa riferimento anche alla morte morale, quella che ci rende burattini privi di anima e di pensiero in balia delle circostanze, come un tronco trasportato dalle onde del mare, ma che fortunatamente si possono risvegliare da questo sonno apparente e liberarsi dai fili e riappropriarsi di se stessi e del dono più bello ricevuto: la vita.

Vita-morte, una dualità che si ripropone durante la lettura come stadi dell’evoluzione dell’anima in una continua catarsi, così come quando la candida neve bianca diventa simbolo di purificazione. Una dualità ricorrente che si alterna scombinando equilibri instabili, che abbattono barriere morali preconcette e false che si nascondono da una facciata di integrità morale ben costruita e fuorviante da quella che può essere la semplice realtà delle cose.

Il protagonista di Un luogo giusto in cui morire decide così di sfidare il destino e stravolgere gli schemi della sua ben costruita quotidianità intrinseca di noia che avvelena l’anima in una stasi malata. Così, nonostante la sua palese indolenza, inizia una battaglia contro gli eventi che si presentano repentini e insidiosi, quasi premonizione di disgrazia, ma che decide di sfidare e affrontare anche nelle peggiori delle ipotesi, sino a dissolversi nel nulla, così come l’accusa che l’ha travolto.

Una ricerca della verità dei fatti e di se stessi, dove si affrontano coincidenze ed eventi, dove bisogna oltrepassare il limite di ciò che è apparente e mettere tutto in discussione, decidere se la verità celata equivale a mentire o è solo omettere, rendendosi conto che non si conosce mai nessuno completamente, a cominciare da se stessi. Un’indagine introspettiva e dei fatti, fondamentalmente un’indagine della vita e dell’essere umano e dei lati oscuri che si nascondono in ogni singolo individuo, una continua ricerca di verità ed equilibrio che ci conduce all’alternanza di ordine assoluto e caos, da bene a male, da luce a buio.

Leggi anche la recensione di “Nella vertigine d’un’assenza” di Paolo Ferrari

La lettura del romanzo di Giuseppe Benassi invita a un’analisi bizzarra della vita e della coscienza dell’uomo, avvolta da mistero, coincidenze, paure che si superano solo con la ricerca ostinata della verità, in primis quella di noi stessi.

Simona Trunzo

L’arazzo algerino, recensione che passione, Simona Trunzo


 NOV 22, 2022
Recensioni: “L’arazzo algerino” di Antonio Pagliuso

L’arazzo algerino di Antonio Pagliuso, un titolo che istintivamente può indurre a un’ambientazione in paesi lontani, invece invita ad andare oltre e riflettere sul significato intrinseco dello stesso arazzo: “si esegue a mano in modo che i fili, che ne costituiscono la trama, formino un disegno figurato”. E ancor più l’arazzo risulterà essere protagonista e testimone silente e passivo degli eventi.

La narrazione porta il lettore in un paese del sud dal nome Longadonna, accompagnandolo in questo viaggio sin dall’introduzione narrativa: quasi un viaggio nel viaggio. Protagonista una famiglia francese che si è trasferita nel borgo per raggiungere la nonna, ormai vedova, trasferitasi a suo tempo per l’amore della sua vita. La loro storia si intreccerà con quella di altri personaggi del luogo, offrendo più spunti di riflessione durante la lettura.

“Non esiste condizione alla quale l’essere umano non possa abituarsi”, riferito allo spirito di adattamento attraverso cui un individuo si adegua all’ambiente modificando i propri schemi e operando sull’ambiente stesso; è ciò che accade continuamente a ogni persona che vive una situazione nuova e la reazione a essa è quasi sempre immediata, addirittura istintiva. I personaggi del romanzo, pubblicato da Dialoghi, vivranno a catena questa esplosione di avvenimenti che cambierà e condizionerà il loro quieto vivere.

Il pregiudizio, tema centrale de L’arazzo algerino

Il giallo pone rilievo a una riflessione che sempre più si palesa nel sociale: il pregiudizio: opinione preconcetta, che provoca atteggiamenti ingiusti, causata dall’incapacità o dalla non volontà di andare oltre, di cercare la verità o comunque creare un proprio pensiero pertinente. Il pregiudizio si è insinuato nel pensiero comune come una normalità, pigrizia al non ragionamento; questo è un crimine mascherato che condiziona la vita sociale di tutti o ancor peggio determina la vita di una singola persona con una causa-effetto non sempre positiva. C’è un pregiudizio protagonista e altri meno evidenti su cui riflettere.

La verità: perché se ne ha così paura? Non l’afferriamo neanche quando è a portata di mano, come un elemento pronto a rompere ogni equilibrio, anche quello individuale: come un caos imprevedibile e impenetrabile, che sì, causa disordine e disorientamento, ma poi si ristabilizza in una nuova fase di stabilità, arricchiti dalla consapevolezza personale e di ciò che è circostante: la verità contro il pregiudizio, una nuova lotta tra bene e male.

“Inquietudine improvvisa”, una sorta di premonizione che “si insinua tra le pareti del cervello, un tormento di cui non conosceva la natura né l’origine”. I legami affettivi fanno sentire in anticipo sensazione di quello che avverrà, in modo subdolo, perché non consente poi di cambiare le sorti di ciò che sta per accadere e se ne diventa vittime passive: un’inquietudine che anticipa gli eventi ma non ci dà nessun potere su di essi.

Un dolore paralizzante

Il dolore della perdita improvvisa di chi si ama, un dolore che si insinua in modo viscerale e stordisce ogni capacità cognitiva sensoriale: uno stordimento non inebriante, bensì paralizzante, un dolore che rende “incapaci di relazionarsi in una realtà che si sentiva sempre più estranea”. I sentimenti espressi dai personaggi, appartengono al vissuto di chiunque, ognuno può rivedersi e relazionarsi in un personaggio, in una determinata emozione di gioia o dolore, o in un particolare ruolo sociale.

Perché leggere L’arazzo algerino? Perché tutto è ben descritto e velato, sì velato non celato; perché la regia è ben ordita e l’intreccio della trama è tutto da scoprire.

Simona Trunzo

lunedì 1 agosto 2022

RE BIANCO, recensione che passione, Simona Trunzo

                   RE BIANCO
Come in ogni inizio di lettura il primo sguardo va al titolo: “Re bianco”, un titolo, questo che apparentemente non dà indicazioni a ciò che introduce, ma dopo una breve riflessione, pensando al significato della stessa parola re: “capo legittimo e riconosciuto di un stato retto a monarchie: re assoluto…” si potrebbe supporre ad un protagonista assoluto; ma perché bianco? Il colore bianco rappresenta purezza, pace, purificazione. Sarà così? O potrebbe indicare, per altri, la figura del re bianco degli scacchi. Scoprire dove conduce l’indizio del titolo Re bianco di Juan Gómez-Jurado edito da Fazi Editore, è un input ad inoltrarsi nella lettura del giallo, che ci catapulta subito in una scena poliziesca.
“La mente di Antonia è piuttosto come una giungla piena di scimmie, che saltano a tutta velocità, da una liana all’altra portando cose. Molte cose e molte scimmie, che si incrociano in aria e si mostrano i denti. Ma ora Antonia ha imparato a domarle.”
Il narratore descrive accuratamente ogni dettaglio di situazioni e personaggi, quasi a far rivivere in un mondo tridimensionale ciò che accade. La descrizione di una mente, al suo interno animata e paragonata alla vita nella giungla delle scimmiette ne è un esempio lampante: introduce e/o presenta la psiche e la vita di Antonia, ispettore di polizia. Una sceneggiatura ben pianificata che apre il sipario con la descrizione di una fase conclusiva, che si riapre a ritroso nel tempo, coinvolgendo il lettore nelle indagini, o presunte tali, a tal punto da sentirsi protagonisti dei fatti.
E poi riflessioni che descrivono uno spaccato sociale moderno (o quasi), sicuramente molto attuale, che discostano in modo sfumato dagli avvenimenti centrali dell’indagine, in uno scenario che fa parte comunque dei fatti. “Tre coppie che fingono di prestarsi attenzione mentre guardano Instangram, due hipster che si atteggiano come se stessero scrivendo un romanzo sui loro MacBook, un assassino psicopatico. L’ultimo è facile da riconoscere è l’unico che, invece di un dispositivo elettronico, ha in mano un libro di carta.”
Una sceneggiatura in perfetta sincronia con i fatti ed il tempo che scorre e che introduce, come avviene al ballo delle debuttanti, al grande incontro tra Antonia e Re Bianco: il via alla sfida delle due parti; una rete di ricatti, indizi, astuzia, intuizione e dissacrante violenza.
Ma la differenza è determinata dal “movente”, l’impulso che guiderà gli uni e, diversamente altri: “Tutti saremmo capaci di fare qualsiasi cosa, anche le cose più orribili per amore. … L’amore è la cosa più potente che c’è.” Questa riflessione sulla forza infinita del movente dell’amore, che si scontra con il male, sino ad assumerne la sua stessa forma: una lotta infima, senza scrupoli e senza regole, che chiunque potrebbe essere costretto a vivere, anche l’essere più sensibile e tranquillo; pronto a trasformarsi in guerriero feroce, pronto a tutto, perché l’amore è una forza motrice incontrollabile ed infinita. Una sfida a scacchi in cui le pedine rappresentano da una parte il bene e dall’altra il male; in cui gli sfidanti si studiano a punto tale da sapere tutto l’uno dell’altro e, nell’avvicendarsi in questa lotta, il bene può assumere forme avverse ed il male forme effimere di bene.
Così come si intrecciano verità e giustizia, perché “La giustizia non è soddisfazione, è la verità in movimento. “Movimento”, parola centrale della narrazione, che accompagna i protagonisti nella descrizione dettagliata dei loro corpi in azione, il movimento incessante del pensiero e le emozioni che “sono cambiamenti che preparano l’individuo all’azione: un incalzante evolversi dei fatti, dei personaggi, dei loro pensieri, della loro psiche e delle loro emozioni.
Proprio come in una sfida a scacchi, dove l’azione del pensiero e della strategia nell’anticipare le mosse dell’avversario, si alternano in un avvicendarsi di mosse; ma soprattutto, come viene evidenziato nel corso della lettura: “La regina è la figura più potente sulla scacchiera” dice lui “ma per quanto potente sia un pezzo degli scacchi non deve dimenticare…” “che c’è sempre una mano che la muove”; quindi una mente razionale che determina le mosse per condurre il gioco a proprio favore.
Leggere questo giallo perché: la narrazione mantiene alta l’attenzione del lettore, con una capacità esplicita di mettere a nudo i personaggi un po' alla volta, aumentando l’enfasi, da un livello all’altro, che porteranno alla soluzione del “gioco”, in modo intrigante e perspicace. Interessante perché nella distinzione tra male e bene, giusto o sbagliato, onesto o corrotto, si intercetta una zona d’ombra che traccia tutti.
Simona Trunzo

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