Visualizzazione post con etichetta Trunzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Trunzo. Mostra tutti i post

mercoledì 18 gennaio 2023

Il mondo magico di Sandy, recensione che passione, Simona Trunzo

IL MONDO MAGICO DI SANDY, DI DANIELA VIVIANO

“Narra la leggenda che sia accaduto solo una volta, dico una volta sola che una goccia di rugiada abbia scelto proprio quell’istante infinitesimale per nascere, quell’attimo fugace in cui il sole e la luna fossero a contatto l’uno con l’altra. E proprio in quell’attimo pare sia nata la bellissima fata di nome Sandy.”

Con questa soave descrizione, che accarezza i sensi della fantasia e ci catapulta in un viaggio ricco di personaggi e prove da superare, l’autrice presenta la protagonista, Sandy, avviandoci ad una lettura- avventura tutta da scoprire.

Tra elfi, draghi, streghe e fate emerge un filo conduttore che, oltre ad unire ed intrecciare in modo inaspettato le vite dei personaggi principali, riporta prepotentemente alla vita reale, invitando a delle riflessioni della vita quotidiana che, per quanto basilare, molto spesso nella contemporaneità dei nostri giorni sono trascurati, o ancor peggio dimenticati.

Daniela Viviano attribuisce il giusto valore all’importanza dei quattro elementi a cui associa caratteristiche magiche esaltandone il valore primordiale in tutta la loro essenza. Il rifermento ad aria-acqua-terra-fuoco è rafforzato anche dall’importanza fondamentale che assume il loro equilibrio e della forza nella loro stesa natura come elemento unico e imprescindibile. Questi stessi componenti che rappresentano l’elemento di forza e magia della protagonista Sandy, sono ulteriormente rafforzati da un altro elemento magico associato a colei che rappresenta la forza ed il coraggio Elfa Solar: la spada. Quest’ultima consentirà loro di sconfiggere il nemico comune, il Re Oscuro. Ma questa componente, che avvalora il detto l’unione fa la forza, si ripresenta con le quattro fatine, amiche della protagonista, che saranno presenze costanti per sostenerla, aiutarla e difenderla dagli attacchi esterni, coadiuvate dall’elfo Fanny, colui che ama Sandy. Quindi il valore dell’amicizia, il valore dell’amore e della forza motrice che rappresenta, sono caratterizzati da questo affetto costante che rende forti le relazioni delle amiche e non solo, contro ogni apparente contraddizione. Ancor più tutte le loro azioni, pensieri e modi di agire sono resi più nobili da un valore aggiunto di cui si sente forte esigenza: la sincerità. L’essere sinceri rappresenta l’animo delle persone che in ogni loro azione, pensiero o parola rispecchiano l’indole ad essere privi di intenzione ad ingannare o tradire la fiducia del prossimo. Una parola da una musicalità così semplice, ma pregna di un valore aggiunto che fa la differenza negli individui di cui ne sono dotati.

Quale parola sequenziale più adatta alla sincerità se non la verità, che nel racconto assume un ruolo di vera protagonista, che celata dalla menzogna, camuffata da sortilegi ingannevoli, sarà poi propulsione nelle scelte della protagonista Sandy, guidata dal suo buon cuore. La natura di ogni individuo, anche se celata, dimenticata, è sempre in noi stessi e riemergerà forte, guidata dall’istinto e dalla consapevolezza che restituisce l’identità nuda e cruda di appartenenza. Un’identità esplicita, liberata da contraddizione grazie alla verità. Medesimo percorso della protagonista, che rivivrà in modo catartico ciò che ha vissuto colei che l’ha cresciuta, come accade nelle famiglie appartenenti alla vita del quotidiano, in cui gli “avvenimenti si ripetono” sino a quando non si è pronti al risveglio, inteso come presa di coscienza della realtà circostante e di sé stessi. Così nel racconto la presa di coscienza porterà a donare sacrificando l’egoismo affettivo, cioè rinunciando a ciò o meglio chi si ama, perché voler bene non significa trattenere a sé, ma donare libertà di scelta e crescita individuale, che conduce poi alla consapevolezza.

Questa lettura si apre ad un viaggio fantastico per ogni lettore, non solo per scoprire le vicende della protagonista e dei vari personaggi, ma per riappropriarsi, attraverso l’irreale di ciò che ci appartiene e fa parte di tutti nella vita reale: verità, coraggio, forza, amicizia, amore e famiglia, con una ricerca approfondita per riappropriarsi delle proprie radici.

Simona Trunzo

Un luogo giusto in cui morire, recensione che passione, Simona Trunzo


del giallo “Un luogo giusto in cui morire” di Giuseppe Benassi, casa editrice L’Erudita

“Borrani era incazzato nero. Il treno doveva arrivare da Roma alle diciassette e trenta. Era un tetro pomeriggio di fine novembre, piovoso e nebbioso.”

 Quella che avrebbe potuto essere una comune e raffinata descrizione di un luogo si tramuta nell’introduzione all’obbrobrio grottesco che circonda il più comune degli spazi abitati dell’essere umano. Questa la visione scelta dall’autore del giallo Un luogo giusto in cui morire di Giuseppe Benassi, edito L’Erudita.

Tutto riporta a una installazione greve, ambienti lugubri, in cui ogni azione è attorniata dal lato oscuro, quello dei pensieri e dei peggiori tormenti della mente, che l’autore riesce a schiudere in un viaggio nell’oblio parallelo al percorso del protagonista, vittima delle sue stesse congetture paranoiche che assumono visioni distorte delle realtà più banali: così come paragonare il dentifricio a un verme bianco che prende vita sul suo spazzolino. L’avvocato Borrani, vittima dei suoi stessi pensieri, sarà travolto da eventi oscuri e coincidenze beffarde che lo condurranno a essere il principale sospettato del delitto che si consuma.

Ma come può la morte di un uomo aprire a nuove possibilità di vita? La riflessione a cui ci invita Giuseppe Benassi va oltre il comune pensare, perché ci apre a una visione differente della stessa morte, non finalizzata come condizione permanente e irreversibile, ma come trasformazione o mutazione degli eventi. La morte di un individuo in effetti ha ripercussioni sulle persone coinvolte indirettamente e non, perché provoca cambiamenti, che possono essere anche evoluzione morale e personale dei soggetti interessati, comunque sempre metamorfosi. Ma si fa riferimento anche alla morte morale, quella che ci rende burattini privi di anima e di pensiero in balia delle circostanze, come un tronco trasportato dalle onde del mare, ma che fortunatamente si possono risvegliare da questo sonno apparente e liberarsi dai fili e riappropriarsi di se stessi e del dono più bello ricevuto: la vita.

Vita-morte, una dualità che si ripropone durante la lettura come stadi dell’evoluzione dell’anima in una continua catarsi, così come quando la candida neve bianca diventa simbolo di purificazione. Una dualità ricorrente che si alterna scombinando equilibri instabili, che abbattono barriere morali preconcette e false che si nascondono da una facciata di integrità morale ben costruita e fuorviante da quella che può essere la semplice realtà delle cose.

Il protagonista di Un luogo giusto in cui morire decide così di sfidare il destino e stravolgere gli schemi della sua ben costruita quotidianità intrinseca di noia che avvelena l’anima in una stasi malata. Così, nonostante la sua palese indolenza, inizia una battaglia contro gli eventi che si presentano repentini e insidiosi, quasi premonizione di disgrazia, ma che decide di sfidare e affrontare anche nelle peggiori delle ipotesi, sino a dissolversi nel nulla, così come l’accusa che l’ha travolto.

Una ricerca della verità dei fatti e di se stessi, dove si affrontano coincidenze ed eventi, dove bisogna oltrepassare il limite di ciò che è apparente e mettere tutto in discussione, decidere se la verità celata equivale a mentire o è solo omettere, rendendosi conto che non si conosce mai nessuno completamente, a cominciare da se stessi. Un’indagine introspettiva e dei fatti, fondamentalmente un’indagine della vita e dell’essere umano e dei lati oscuri che si nascondono in ogni singolo individuo, una continua ricerca di verità ed equilibrio che ci conduce all’alternanza di ordine assoluto e caos, da bene a male, da luce a buio.

Leggi anche la recensione di “Nella vertigine d’un’assenza” di Paolo Ferrari

La lettura del romanzo di Giuseppe Benassi invita a un’analisi bizzarra della vita e della coscienza dell’uomo, avvolta da mistero, coincidenze, paure che si superano solo con la ricerca ostinata della verità, in primis quella di noi stessi.

Simona Trunzo

Gli stessi occhi, recensione che passione, Simona Trunzo


Recensioni: “Gli stessi occhi” di Francesca Mattei

Il titolo di questa novella di Francesca Mattei dal titolo Gli stessi occhi (edita Zona 42) si apre a più riflessioni, non solo pertinenti al contenuto dello scritto.

L’occhio innanzitutto è un organo di senso che ricava informazioni sull’ambiente circostante e dal punto di vista psicologico e sensoriale assume nuova espressione, diviene la capacità di prendere coscienza di una realtà che si considera esterna a noi, ma anche interna, e nella novella sono un riferimento di riconoscimento identificabile del protagonista. Elliot, infatti, compagno di Edda, improvvisamente subisce una trasformazione che stravolge ogni stabilità emotiva e del quotidiano, in modo repentino e senza possibilità di scelta. Questa nuova situazione porta Edda a una rielaborazione di se stessa in ogni piccola sfaccettatura, dalla prima fase dell’accettazione della nuova realtà al tormento di interrogativi che si susseguono vertiginosamente: dal chiedersi se Elliot in questa sua nuova forma si ricorda di lei, che tipo di percezione ha dell’ambiente circostante e in particolare perché, perché è avvenuto ciò.

Dopo la fase dell’accettazione comincia per Edda una ricerca di studi e approfondimenti per prendere consapevolezza della nuova situazione, quindi un approfondimento scientifico sulla nuova natura di Elliot, avvicinarsi alla sua capacità percettiva, sensoriale e comunicativa, per riuscire a mantenere una relazione costante e reale con il suo amato. Con il passare del tempo la tranquillizza fondamentalmente che Elliot voglia mantenere la loro relazione, non volendosi inserire in quella che è divenuta la sua nuova dimensione: il rapporto con Edda resta unico ed esclusivo.

Edda nel volersi approcciare al nuovo Elliot e volendo creare per lui situazioni di comfort, comincia a riflettere anche sulla loro relazione da un nuovo punto di vista, che si pone oltre la visione del quotidiano, dell’abitudine e di ciò che dai per scontato. Ad esempio, nel voler scoprire quali nuovi pensieri attraversano la mente di Elliot si pone un altro fondamentale interrogativo, ovvero se ha mai veramente percepito e ascoltato i pensieri del suo compagno. In questa fase di costruzione e ricostruzione, comincia a chiedersi la causa della trasformazione: volontaria, ricercata, casuale e fondamentalmente è nata in lui o la causa è stata proprio lei?

In questa continua ricerca della verità l’autrice conduce il lettore in una riflessione: dare per scontato ciò che abbiamo, perdendone il valore aggiunto e la sua essenza, come quando in una relazione di coppia ci si identifica con l’idea di amore che si ha come concetto e non con la persona amata o se stessi.

Interessante la riflessione di Edda, che cerca una nuova forma di comunicazione con Elliot scrivendogli racconti, quando si chiede l’utilità di ciò che scrive, visto che Elliot non ha mai dato importanza alle parole. Si redime subito, quando riaffiora in lei la percezione che ha avuto da ragazza dell’efficacia dei racconti: “Ho visto per la prima volta il tufo e l’ho riconosciuto perché ne avevo letto descrizioni nei libri”.

Nasce così un percorso introspettivo, affiancato alla ricerca per riappropriarsi del rapporto con Elliot in questa sua nuova forma che la conduce a riflessioni e valutazioni mai poste alla sua attenzione.

Il fulcro della novella di Francesca Mattei è il cambiamento o meglio la metamorfosi, che nella novella è intesa in tutte le sue forme, come trasformazione di un essere in una natura diversa e come modificazione funzionale o strutturale di un animale durante lo sviluppo e come cambiamento vistoso comportamentale. Il cambiamento è in corso in qualsiasi istante.

Perché leggere questa novella? La metamorfosi è innata in noi, fa parte della nostra natura, ma è interessante riflettere e soprattutto viverla da un nuovo punto di vista, per poi giungere a una nuova considerazione, quella che si pone Edda: “Quanto scegliamo quello che diventiamo?”

Simona Trunzo

L’arazzo algerino, recensione che passione, Simona Trunzo


 NOV 22, 2022
Recensioni: “L’arazzo algerino” di Antonio Pagliuso

L’arazzo algerino di Antonio Pagliuso, un titolo che istintivamente può indurre a un’ambientazione in paesi lontani, invece invita ad andare oltre e riflettere sul significato intrinseco dello stesso arazzo: “si esegue a mano in modo che i fili, che ne costituiscono la trama, formino un disegno figurato”. E ancor più l’arazzo risulterà essere protagonista e testimone silente e passivo degli eventi.

La narrazione porta il lettore in un paese del sud dal nome Longadonna, accompagnandolo in questo viaggio sin dall’introduzione narrativa: quasi un viaggio nel viaggio. Protagonista una famiglia francese che si è trasferita nel borgo per raggiungere la nonna, ormai vedova, trasferitasi a suo tempo per l’amore della sua vita. La loro storia si intreccerà con quella di altri personaggi del luogo, offrendo più spunti di riflessione durante la lettura.

“Non esiste condizione alla quale l’essere umano non possa abituarsi”, riferito allo spirito di adattamento attraverso cui un individuo si adegua all’ambiente modificando i propri schemi e operando sull’ambiente stesso; è ciò che accade continuamente a ogni persona che vive una situazione nuova e la reazione a essa è quasi sempre immediata, addirittura istintiva. I personaggi del romanzo, pubblicato da Dialoghi, vivranno a catena questa esplosione di avvenimenti che cambierà e condizionerà il loro quieto vivere.

Il pregiudizio, tema centrale de L’arazzo algerino

Il giallo pone rilievo a una riflessione che sempre più si palesa nel sociale: il pregiudizio: opinione preconcetta, che provoca atteggiamenti ingiusti, causata dall’incapacità o dalla non volontà di andare oltre, di cercare la verità o comunque creare un proprio pensiero pertinente. Il pregiudizio si è insinuato nel pensiero comune come una normalità, pigrizia al non ragionamento; questo è un crimine mascherato che condiziona la vita sociale di tutti o ancor peggio determina la vita di una singola persona con una causa-effetto non sempre positiva. C’è un pregiudizio protagonista e altri meno evidenti su cui riflettere.

La verità: perché se ne ha così paura? Non l’afferriamo neanche quando è a portata di mano, come un elemento pronto a rompere ogni equilibrio, anche quello individuale: come un caos imprevedibile e impenetrabile, che sì, causa disordine e disorientamento, ma poi si ristabilizza in una nuova fase di stabilità, arricchiti dalla consapevolezza personale e di ciò che è circostante: la verità contro il pregiudizio, una nuova lotta tra bene e male.

“Inquietudine improvvisa”, una sorta di premonizione che “si insinua tra le pareti del cervello, un tormento di cui non conosceva la natura né l’origine”. I legami affettivi fanno sentire in anticipo sensazione di quello che avverrà, in modo subdolo, perché non consente poi di cambiare le sorti di ciò che sta per accadere e se ne diventa vittime passive: un’inquietudine che anticipa gli eventi ma non ci dà nessun potere su di essi.

Un dolore paralizzante

Il dolore della perdita improvvisa di chi si ama, un dolore che si insinua in modo viscerale e stordisce ogni capacità cognitiva sensoriale: uno stordimento non inebriante, bensì paralizzante, un dolore che rende “incapaci di relazionarsi in una realtà che si sentiva sempre più estranea”. I sentimenti espressi dai personaggi, appartengono al vissuto di chiunque, ognuno può rivedersi e relazionarsi in un personaggio, in una determinata emozione di gioia o dolore, o in un particolare ruolo sociale.

Perché leggere L’arazzo algerino? Perché tutto è ben descritto e velato, sì velato non celato; perché la regia è ben ordita e l’intreccio della trama è tutto da scoprire.

Simona Trunzo

Un cuore al buio. Kafka recensione che passione, Simona Trunzo


Recensioni: “Un cuore al buio. Kafka” di Manuela Cattaneo della Volta e Livio Sposito

Un cuore al buio. Kafka. Il titolo introduce ampiamente a quello che sarà il tema principale del volume: l’amore, i sentimenti, in tutte le sue sfaccettature, luci e ombre, così come nella loro più forte semplicità, esprimono le parole cuore e buio. Il cuore inteso come sede degli affetti, dei sentimenti, delle emozioni e il buio: oscuro, senza luce, non illuminato, ma attenzione, non privo.

E poi il protagonista nella sua nuda essenza: “La sua vita è scrivere, se accetta mutamenti è perché ciò corrisponda meglio allo scrittore”. La sua sincerità nell’esporre questa sua essenza, priva di false giustificazioni, nell’affermare la sua incapacità a concedersi all’amore di coppia, perché il suo unico amore è per la scrittura. Consapevole di nuocere nel suo negarsi a chi tanto lo ama, intrappolato nei suoi conflitti interiori, nella paura di ferire e di essere aggredito a sua volta per le sue negligenze e i suoi lati oscuri. Un uomo tanto generoso intellettualmente, quanto avido dell’appropriarsi dei sentimenti altrui, quasi come linfa vitale, ma non per sé, bensì per la scrittura.

Nel romanzo di Manuela Cattaneo della Volta e Livio Sposito (Francesco Brioschi Editore) si intrecciano le storie di cinque donne, con un unico comune denominatore: l’amore per Franz Kafka, un uomo tanto amato che teme l’amore, proprio per la sua consapevole inadeguatezza a ricambiare, conscio della predisposizione del suo essere. Amori passionali, viscerali, carnali e non, in alcuni casi quasi platonici: ma le parole dello scrittore legano a sé il cuore delle donne che hanno cercato invano di trasformarlo in un docile amante.

Le parole in effetti, sono protagoniste quanto i sentimenti, testimonianza di rapporti epistolari, dove nero su bianco, l’amata percepisce di non appartenere più a sé stessa, ma nel contempo, neanche di appartenere all’amato. Lettere che diventano diario di vita per ridurre le distanze fisiche, che aumentano la trepidazione dell’attesa e lo smarrimento nella mancata ricezione o ritardo della stessa lettera.

Eppure, lo stesso Kafka, non riesce a controllare l’istintivo impulso verso colei che diventa oggetto del suo desiderio e, senza riuscire a darsi una spiegazione razionale, brama attenzione dall’amata, ne diventa dipendente, nonostante la continua lotta nel respingere il tutto:” Un’ombra che ti ama infinitamente, che però non si può esporre alla luce”.

Un’appartenenza reciproca assoluta e irreale al contempo. Sentimenti che, a lungo termine, possono intristire l’anima, come un giardino fiorito deturpato e indebolire il corpo; amore vissuto come una malattia e non come energia propulsiva che fa interagire due anime nella loro evoluzione comune. Così, mentre è pronto a chiudere un legame logoro, si slancia repentinamente nel viverne uno nuovo, avido di novità e nuovi modi di amare. Un’inutile illusione quella di riuscire a modificare l’entità dello scrittore, che ha sempre palesato in modo chiaro e netto la sua incapacità a concedersi all’amore, perché lo avrebbe distratto da ciò che lo rendeva vivo: la scrittura.

“L’arte per lui era sofferenza attraverso la quale si liberava per affrontare una sofferenza nuova… un uccello dalle piume più o meno sgargianti, chiuso nella gabbia della propria esistenza.” Per lui tutto è possibile nell’impossibile.

Ricapitoliamo: le parole chiave di questo romanzo sono: amore-scrittura-parole-lettere-sentimento. Amore e sentimento: è quello delle cinque donne che nei confronti di Kafka. Scrittura: Kafka nella sua essenza. Parole e lettere protagoniste del romanzo per due valori aggiunti: le lettere e le parole, dei sentimenti e dei legami dei personaggi sono elemento narrativo e prova tangibile di quanto narrato, perché proprio grazie alla testimonianza di queste lettere si è potuto dar vita allo stesso romanzo. Lettere che rappresentano testimonianza di vita vera, in un determinato sfondo sociale, storico, politico, culturale e politico e prova tangibile di passioni e sentimenti che altrimenti non avrebbero avuto modo d’essere.

Perché “In amore bisogna essere più forte dei dubbi”.

Simona Trunzo

Silenziosa sfiorisce la pelle, recensione ché passione, Simona Trunzo


Recensioni: “Silenziosa sfiorisce la pelle” di Tlotlo Tsamaase

Silenziosa sfiorisce la pelle di Tlotlo Tsamaase, edito Zona 42, un titolo dall’essenza poetica che introduce a una novella dai toni forti nella sua denuncia razziale e sociale. Una narrazione che rompe tutti i confini.

“Non fidarti di chi non ha un’ombra – diceva mia nonna – se l’ombra si separa dal padrone significa che nel corpo non c’è più lo spirito. Qualcosa li ha separati.” Un’introduzione forte a ciò che sarà narrato successivamente, che resta nella memoria del lettore e che si ripropone in più momenti: un corpo senza ombra è privo di spirito/anima.

L’ombra è la proiezione del corpo, quindi un riflesso di se stessi, che può ricondurre a ricordi d’infanzia – quanti bambini hanno giocato con la propria ombra; ma potrebbe anche rappresentare il nostro inconscio, la parte sconosciuta, quella che forse non si vuole vedere, accettare, scoprire; quel lato oscuro che non si vuole accettare. In effetti l’autrice nativa del Botswana, si esprime a tal riguardo quando scrive: “L’unico momento in cui diventiamo noi stessi è quando moriamo e diventiamo inchiostro sempre nero nel cielo…”.

L’emarginazione che uccide

Il tema della morte sembra predominante, ma ciò a cui si fa maggior riferimento è la tematica morale-spirituale, quella che ti uccide dentro. La sottomissione spirituale, sociale, razziale: l’emarginazione che solo l’essere umano sa creare. Il dramma che vive la protagonista, che rivede frammenti di se stessa riflessi in schegge di uno specchio rotto: occhi di una ragazza che riesce a vedere la vera identità delle persone, ma non la propria.

Il tutto si svolge in un’ambientazione dettagliatamente descritta, che apre il lettore a una realtà sconfinata e astratta, quasi non catalogabile, dove l’unica realtà tangibile sono i sentimenti. Emergono il senso di emarginazione e distruzione sociale, in una lotta impari, in cui la protagonista e la sua compagna si oppongono in una lotta ricca di stratagemmi; perché nella vita si possono fare due cose: vivere o morire.

Divisioni antiche comuni a ogni civiltà

Una città divisa in due parti da un binario su cui passa il treno dei defunti: un lato orientale dove sorge e tramonta il sole e uno occidentale dove sorge e tramonta la luna; ulteriore elemento che evidenzia divisioni e differenziazioni.

Il senso di esclusione e distruzione si fa sempre più incalzante durante la narrazione, abbattendo così ogni distanza di genere con le similitudini più sordide che accomunano ogni luogo e civiltà: superstizioni, tradizioni, conflitti, intolleranza, marginalizzazione, distruzione.

La protagonista, colpevole delle sue stesse scelte, si oppone a tutto questo con ogni sua forza, ogni suo respiro, provocando la sua stessa “sfioritura della pelle”: simbolo dell’annientamento di sé; perché “uniformandoti perderai tutto ciò che hai”.

La lotte per mantenere e conquistare la propria identità di Tlotlo Tsamaase

Perché leggere questa novella di Tlotlo Tsamaase? Per la capacità dell’autrice di parlare di un conflitto sociale e individuale, in una terra come l’Africa, in una narrazione che rompe tutti i confini, riproducendo un’ambientazione che può essere di tutti e in ogni luogo, perché tutti, in modo diverso, lottano per la propria identità personale.

Simona Trunzo

lunedì 1 agosto 2022

RE BIANCO, recensione che passione, Simona Trunzo

                   RE BIANCO
Come in ogni inizio di lettura il primo sguardo va al titolo: “Re bianco”, un titolo, questo che apparentemente non dà indicazioni a ciò che introduce, ma dopo una breve riflessione, pensando al significato della stessa parola re: “capo legittimo e riconosciuto di un stato retto a monarchie: re assoluto…” si potrebbe supporre ad un protagonista assoluto; ma perché bianco? Il colore bianco rappresenta purezza, pace, purificazione. Sarà così? O potrebbe indicare, per altri, la figura del re bianco degli scacchi. Scoprire dove conduce l’indizio del titolo Re bianco di Juan Gómez-Jurado edito da Fazi Editore, è un input ad inoltrarsi nella lettura del giallo, che ci catapulta subito in una scena poliziesca.
“La mente di Antonia è piuttosto come una giungla piena di scimmie, che saltano a tutta velocità, da una liana all’altra portando cose. Molte cose e molte scimmie, che si incrociano in aria e si mostrano i denti. Ma ora Antonia ha imparato a domarle.”
Il narratore descrive accuratamente ogni dettaglio di situazioni e personaggi, quasi a far rivivere in un mondo tridimensionale ciò che accade. La descrizione di una mente, al suo interno animata e paragonata alla vita nella giungla delle scimmiette ne è un esempio lampante: introduce e/o presenta la psiche e la vita di Antonia, ispettore di polizia. Una sceneggiatura ben pianificata che apre il sipario con la descrizione di una fase conclusiva, che si riapre a ritroso nel tempo, coinvolgendo il lettore nelle indagini, o presunte tali, a tal punto da sentirsi protagonisti dei fatti.
E poi riflessioni che descrivono uno spaccato sociale moderno (o quasi), sicuramente molto attuale, che discostano in modo sfumato dagli avvenimenti centrali dell’indagine, in uno scenario che fa parte comunque dei fatti. “Tre coppie che fingono di prestarsi attenzione mentre guardano Instangram, due hipster che si atteggiano come se stessero scrivendo un romanzo sui loro MacBook, un assassino psicopatico. L’ultimo è facile da riconoscere è l’unico che, invece di un dispositivo elettronico, ha in mano un libro di carta.”
Una sceneggiatura in perfetta sincronia con i fatti ed il tempo che scorre e che introduce, come avviene al ballo delle debuttanti, al grande incontro tra Antonia e Re Bianco: il via alla sfida delle due parti; una rete di ricatti, indizi, astuzia, intuizione e dissacrante violenza.
Ma la differenza è determinata dal “movente”, l’impulso che guiderà gli uni e, diversamente altri: “Tutti saremmo capaci di fare qualsiasi cosa, anche le cose più orribili per amore. … L’amore è la cosa più potente che c’è.” Questa riflessione sulla forza infinita del movente dell’amore, che si scontra con il male, sino ad assumerne la sua stessa forma: una lotta infima, senza scrupoli e senza regole, che chiunque potrebbe essere costretto a vivere, anche l’essere più sensibile e tranquillo; pronto a trasformarsi in guerriero feroce, pronto a tutto, perché l’amore è una forza motrice incontrollabile ed infinita. Una sfida a scacchi in cui le pedine rappresentano da una parte il bene e dall’altra il male; in cui gli sfidanti si studiano a punto tale da sapere tutto l’uno dell’altro e, nell’avvicendarsi in questa lotta, il bene può assumere forme avverse ed il male forme effimere di bene.
Così come si intrecciano verità e giustizia, perché “La giustizia non è soddisfazione, è la verità in movimento. “Movimento”, parola centrale della narrazione, che accompagna i protagonisti nella descrizione dettagliata dei loro corpi in azione, il movimento incessante del pensiero e le emozioni che “sono cambiamenti che preparano l’individuo all’azione: un incalzante evolversi dei fatti, dei personaggi, dei loro pensieri, della loro psiche e delle loro emozioni.
Proprio come in una sfida a scacchi, dove l’azione del pensiero e della strategia nell’anticipare le mosse dell’avversario, si alternano in un avvicendarsi di mosse; ma soprattutto, come viene evidenziato nel corso della lettura: “La regina è la figura più potente sulla scacchiera” dice lui “ma per quanto potente sia un pezzo degli scacchi non deve dimenticare…” “che c’è sempre una mano che la muove”; quindi una mente razionale che determina le mosse per condurre il gioco a proprio favore.
Leggere questo giallo perché: la narrazione mantiene alta l’attenzione del lettore, con una capacità esplicita di mettere a nudo i personaggi un po' alla volta, aumentando l’enfasi, da un livello all’altro, che porteranno alla soluzione del “gioco”, in modo intrigante e perspicace. Interessante perché nella distinzione tra male e bene, giusto o sbagliato, onesto o corrotto, si intercetta una zona d’ombra che traccia tutti.
Simona Trunzo

domenica 24 luglio 2022

ALCHIMIA DI MONDI DIVERSI, recensione che passione, Simona Trunzo

ALCHIMIA DI MONDI DIVERSI.
Alchimia: nel lèggere o sentire questa parola si rievoca un mondo di elementi esoterici, di narrazioni lontane dai nostri tempi frenetici e leggendarie, quasi a rievocare uno stato di quiete interiore, che si ripercuote magicamente anche in ciò che ci circonda. In effetti, il termine alchimia, tra i suoi significati, riporta quello che segue come principale:” antica scienza empirica progenitrice della chimica spesso di carattere magico, rivolta alla scoperta dei segreti dell’universo”, e del principio attraverso cui trasformare metalli vili in oro e di creare medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre i suoi termini naturali. Incredibile come una semplice parola composta da otto lettere possa essere così pregna di significato e realtà diversificata.
Dopo questa breve parentesi torniamo al titolo del romanzo: “Alchimia di mondi diversi” di Morena Festi, edito da Giovane Holden Edizioni; forse, nel caso specifico del romanzo alchimia fa riferimento a “mescolanza, accostamento raffinato e inconsueto di elementi o, racchiude tutto ciò che permea il significato della parola. Si scoprirà solo leggendo….
Prima di addentrarsi nella lettura, una breve dedica “Ai folletti col cielo negli occhi”, valido indizio per ciò che seguirà; infatti la narrazione ha inizio proprio con un’accurata descrizione di un folletto: “La punta aguzza di un cappello color cobalto e due piccole braccia tese in alto, fuori dalla coltre soffice. Unica macchia di colore in tutto quel bianco.”
Il bianco di una coltre di nube che la protagonista ci descrive facendoci partecipi della sua partenza per l’Islanda, un viaggio tanto desiderato quanto sperato e maturato nel tempo, con radici fondate nel periodo della sua infanzia, quando lei stessa era protagonista della lettura di fiabe leggendarie, con principali protagonisti i folletti. In questo viaggio lei sarà protagonista diretta, nella realtà del viaggio, di mondi, diversi che si fondono in pura alchimia: quelli dei folletti e degli umani che popolano le terre d’Islanda.
In tutto il percorso della sua esplorazione sarà accompagnata da un dubbio che le pervade la mente: per quale motivo ancestrale lei ha la facoltà di poter vedere oltre quel confine che separa due realtà così vicine, che si intrecciano abilmente senza invadere la realtà una dell’altra! I suoi stessi compagni di viaggio sono esenti dal vivere la stessa esperienza: che si tratti di un dono fatto dagli stessi folletti? E così, nel girovagare tra una meta e l’altra, tra geyser, villaggi, dune, fattorie sperdute e spazi infiniti, condivide con il lettore, il mondo nascosto dei folletti; con il consapevole terrore di non poter mantenere vivo il ricordo di questa sua percezione, perché, si sa, i folletti hanno il “potere del ricordo svanito”, gli basta fissare negli occhi la determinata persona e il loro ricordo e tutto ciò che è stato visto relativo al loro mondo, sarà cancellato, il soggetto non ne avrà più memoria.
Un’altra curiosità della protagonista è sapere se poi lei è effettivamente un'unica prescelta o ci sono altri essere umani che hanno la possibilità di vedere oltre. Forse i bambini:
“A loro è dato il dono di osservare con gli occhi dell’innocenza e senza preconcetti. Credo proprio che nei primi anni di vita, umani e folletti non abbiano cognizione di appartenenze a razze diverse. Giocano semplicemente assieme.”
In questa narrazione fantastica e poetica al contempo, l’autrice apre all’opportunità di spunti relativi al quotidiano, ad esempio come, semplici affermazioni ripetute all’infinito a cui quasi non si fa più attenzione: in effetti l’innocenza di un bambino si palesa quotidianamente, un’innocenza che il bambino ha sua sino a quando non è intaccata dai pregiudizi della vita degli adulti. Il bambino vive di fantastici e delicati istinti: sorride, gioca o allontana da sé a suo piacimento, senza dover compiacere: tutto ciò che lo circonda rapportato al suo semplice mondo.
Anche i folletti descritti nel romanzo diventano pretesto per far affiorare, in modo completamente esente da giudizi, fattori pertinenti il rispetto ed il valore dell’ambiente, proprio quando attribuisce loro dei ruoli ben definiti. I folletti dell’acqua, quindi ruscelli, torrenti, fiumi, laghi, mari e oceani. L’acqua vuole essere libera quindi bisogna occuparsi con attenzione del suo contenimento. Così come i folletti del ghiaccio, che devono proteggere dallo scioglimento e i folletti del fuoco, che devono contenere quest’indomabile energia.
Un viaggio ricco di sorprese e soddisfazioni, che non poteva non concludersi con uno degli eventi più importanti da osservare, se non il più importante o affascinante! L’aurora boreale:
“Fiamme guizzanti divampano, si assottigliano e si spengono, scompaiono e riappaiono con variazione di luce diversa e discontinua. I colori si fondono…. ……È uno dei rari momenti in cui veramente passato e futuro non esistono. Si vive solo il presente, un presente che ti risucchia e vorresti non finisse mai.”
In questa fase del romanzo si pone a confronto la veridicità scientifica dell’aurora boreale, in opposizione agli elementi magici e dell’occulto; o meglio la magia di un unico folletto, che si diverte a dirigere l’aurora e i suoi colori come un direttore d’orchestra.
Ma questa avventura, come tutte le cose belle, è finita: è già il momento di ripartire e salutare la fantastica Islanda.
Perché leggere questo romanzo: perché ci conduce ad una vita surreale, in un viaggio guidato dagli scorci d’Islanda, descritti con accurata minuzia e arricchita, dalla visione reale o meno, di una vita parallela in un mondo che detiene due realtà apparentemente parallele in sé: la nostra e quelle dei folletti. Un’ occasione per rivivere l’incanto di favole narrate e poi dimenticate.
Simona Trunzo

IL CANE DI FALCONE, recensione che passione, Simona Trunzo

IL CANE DI FALCONE
Di Dario Levantino Fazi Editore
Il titolo potrebbe condurre alcuni lettori alla figura del Magistrato Giovanni Falcone, emblema della lotta alla mafia; altri potrebbero semplicemente essere incuriositi e accattivati dall’illustrazione di copertina raffigurante un cane al guinzaglio con un uomo di cui non vi è volto. Cominciando a sfogliare il libro dal primo foglio a seguire, possiamo focalizzare, oltre titolo-nome autore-casa editrice il logo della fondazione Falcone, raffigurante l’Albero simbolo dell’impegno verso lo stato e la lotta alle mafie; a tutto ciò segue la prefazione di Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, conferma inequivocabile, che si tratti proprio di Giovanni Falcone.
Ritorniamo al titolo: perché il “Cane di Falcone?” la risposta si ha ad inizio lettura, quando si presenta la voce narrante: il cane. Il cane, che informa il lettore di essere autore del libro e, per rassicure sulle sue capacità narrative, introduce al romanzo evidenziando alcune sue peculiarità personali: ottima memoria, che gli consente di narrare anche di fatti lontani; caratteristiche fisiche: è zoppo e caratteristiche percettive: è un pò veggente. Poi ci introduce nel suo mondo, la sua storia, dalla sua famiglia d’origine: la madre e la cucciolata in cui è nato e il luogo: un paesino siciliano, in un particolare vicolo, con un particolare e definito umano, che abitava proprio lì.
L’introduzione quasi fiabesca si apre ad uno scenario improvviso di una realtà crudele e spietata. L’alternanza narrativa scelta accompagnerà il lettore in tutto il romanzo. Ed è proprio un evento crudele che condurrà il nostro protagonista, in fuga dal paesello nativo, a Palermo, dove ormai solo, dovrà impegnarsi per la sopravvivenza. Con il trascorrere dei giorni il cane nota che la parola più usata e diffusa in quella città è mafia, se ne parla in ogni luogo e modo e giunge ad una sua personale riflessione: “Mi convinsi pure di un’altra verità: non possiamo accorgerci della Mafia soltanto quando viene allo scoperto, perché le cose accadono quando sono già accadute.”
“Le cose accadono quando sono già accadute”, si può chiarire questa riflessione con un esempio esemplificativo che esula dalla narrazione: “il telegrafo senza fili fu ideato all’epoca di Guglielmo Marconi, ma le onde elettromagnetiche erano già esistenti.” L’intuizione e la capacità creativa si attivano su una base di partenza, un qualcosa di astratto già esistente e non se né può negare l’evidenza.
Poi giunge il giorno della sua prima premonizione: l’esplosione di una bomba che sarebbe avvenuta di lì a pochi secondi; il mezzo una Fiat 126 verde in Via Pipitone 59. Il suo abbaiare per avvisare le persone circostanti fu inutile. Questa incapacità di poter intervenire in soccorso dei cittadini segnò il cane emotivamente e moralmente.
L’alone di corruzione, omertà, violenza indiscriminata contro innocenti, fa crescere nel giovane randagio un forte senso di giustizia, che lo porta ad una decisione nuova: imparare ad abbaiare bene, ululare come un lupo, così da poter disperdere i civili in caso di agguato mafioso e, per raggiungere ciò comincia ad esercitarsi durante la notte. Ma questo abbaiare notturno non è ben accetto, più di una persona ne è infastidito e, proprio quando decidono di allontanarlo sarà salvato dall’intervento di colui che diverrà il suo compagno di vita; il primo che gli dona una carezza e lo accoglie a sé: Giovanni Falcone. Il cane sarà sistemato presso il tribunale, luogo dove il magistrato trascorre la maggior parte della giornata: si impegnerà a portarlo dal veterinario, comprargli un guinzaglio e tutto il necessario per farlo star bene, e poi la scelta del nome: Edipo, ridotto poi al nomignolo di Uccio, come fu a suo tempo per Falcone. I due con il tempo conquistano un rapporto di fiducia confidenziale ed intimo.
Uccio, tra le ore trascorse in tribunale, i notiziari ascoltati dal televisore del bar e le confidenze del magistrato, comincia ad essere sempre più informato riguardo l’argomento Cosa Nostra ed è in grado di giungere a riflessioni personali a riguardo:
“Quando incasellai l’ultimo tassello di quel mosaico, rimasi deluso e stregato allo stesso tempo. Deluso per la genialità del male e stregato per la strategia del giudice Falcone, capace di scoprire quell’invisibile trama grazie alla sua inchiesta denominata “Pizza connection”.
Le riflessioni di Uccio ci guidano in un percorso di vita personale e, fatti di reale quotidianità della vita del tempo, senza far distrarre il lettore dalla narrativa o, disperderne la trama, che è un tutt’uno ben intessuto.
Uccio riesce anche a ritagliarsi degli spazi di tempo e luogo tutti suoi e scoprirà così anche l’amore per una dolce cagnetta di nome Kelly; così come avrà modo di conoscere la donna di cui è innamorato il magistrato. Già, ma uccio come può definire la relazione affettiva che lo lega al suo umano? In questo passaggio l’autore coglie l’occasione per parlare di legami familiari, in particolare della figura paterna. Padre biologico e padre dal punto di vista affettivo: “un padre dedica tempo ai suoi figli, li riprende in caso di bravate, li difende dagli altri, si preoccupa della loro salute e al pari di una madre li accarezza.” Padre è colui che ti cresce, così la conclusione più ovvia per Uccio è che Falcone è suo padre.
In questo romanzo, nel continuo intrecciarsi della vita del Magistrato e di Uccio, con tutte le loro vicissitudini e condizionamenti comuni, nella scelta narrativa fiabesca, sempre attuale e mai fuori tempo, si nota una simbologia prepotente che ci accompagna nel racconto: il bastone. Il bastone, generalmente, rappresenta un simbolo di potere e sapere magico, utile per scacciare le forze del male, mentre in questo racconto il bastone, associato alle figure mafiose racchiude in sé proprio le forze del male associate all’essere umano, una malvagità feroce.
Perché leggere questo libro: oltre a ripercorrere uno spaccato storico della nostra società, l’intrecciarsi della vita del cane e del magistrato, legati da un malessere invisibile, la Mafia e grazie alla scelta narrativa, l’autore si limita a riportare gli accaduti privi di enfasi emotiva, riversandola tutta nella fiaba, che assumerà toni cruenti e dolorosi. Un punto di vista a noi sconosciuto che ci consentirà di giungere ad un auto analisi delle vicende privi da condizionamenti,
“L’importante è saper convivere con la propria paura e non farsene condizionare. Ecco il coraggio è questo, altrimenti non c’è più coraggio ma incoscienza.” (Giovanni Falcone)
di Simona Trunzo

lunedì 18 luglio 2022

"Crescita selvaggia " recensione ché passione, Simona Trunzo

 

“Crescita selvaggia” di Sheng Keyi

"Crescita selvaggia" di Sheng Keyi

Immergersi e confrontarsi in nuove letture, un viaggio in cui si può diventare protagonisti passivi e, perché no, emotivamente attivi. In questo caso particolare, il titolo, indirizza la curiosità del lettore verso l’idea di famiglia e di crescita efferata e feroce, orientando in una precisa narra. In effetti la prima cosa che si palesa ad inizio lettura è un grafico, o meglio, l’albero genealogico della famiglia: nonno/nonna-padre/madre, figli nipoti, ovvero i principali protagonisti.

«La nostra famiglia era priva della capacità di consolare gli altri, ciascuno gestiva le proprie emozioni in solitudine, ma effettivamente nessuno aveva mai perso il controllo. La luce in un mondo di menzogna non è che il neon di un obitorio.»

Questo il fulcro di ciò che sarà snocciolato: emozióni represse e nascoste dall’incapacità e l’impossibilità di esternarle, in una famiglia che vive di stenti, in una società maschilista in cui la donna non ha libertà di genere, dove tutti sono uguali solo nel non perdere il controllo delle loro frustrazioni, dolori, speranze, gioie e amori; in un mondo di menzogna preludio della morte emotiva. La narratrice ci presenta subito la sua antenata, la nonna di cui ha memoria solo grazie la fotografia appesa alla parete, introducendoci ai dissapori tra il nonno e il padre, che con il passare del tempo sono diventati sempre più aspri e cruenti, un’intolleranza reciproca, che segnerà I destini futuri, causata dalla precedente vita del nonno cresciuto in ricchezza e benessere, di cui non ha saputo lasciare niente in eredità al figlio, a causa del vizio del gioco. L’unica eredità che il nonno tramanderà alla nipote:

«una buona calligrafia, che consente di coltivare la nobiltà d’animo.»

Contrasti generazionale e socioculturali

Così si accede ad un racconto parallelo ed incrociato dei protagonisti della famiglia, in un contrasto e confronto generazionale che ne mette a nudo ogni aspetto, incastonato in una società che ben ne rappresenta il passaggio storico,politico e sociale e l’evolversi dei tempi. Uno dei passaggi fondamentali che segnerà I destini di questa famiglia è rappresentata dai tumulti a Pechino e le manifestazioni universitarie, che evidenzierà la netta spaccatura sociale tra ricchi e poveri, colti e nón; il ruolo dell’esercito e delle figure militari e la loro influenza, non sempre ben gestita; l’importanza della libertà di stampa e il valore aggiunto dell’Università, non solo come un percorso di studi fine a sé stesso, ma come un’opportunità. Un’opportunità intesa come via di fuga dalla miseria e dalla costrizione; un miglioramento culturale ed economico, quindi di riscatto sociale, dove non sei più “il figlio di “, ma una persona con una propria identità personale, che ti contraddistingua dagli altri. Ma anche la più aspirata delle figure professionali cela il suo lato oscuro:”È a fare i giornalisti che si scopre quanto sia storta la società. ” un continuo contrasto e opposizioni di personaggi forti e deboli, colti ed ignoranti, ricchi e poveri, affiancata dalla scelta linguistica della scrittrice, a tratti semplice-raffinata-poetica, che va a contrastare violentemente ed improvvisamente, con dialoghi e descrizioni rudi-volgari, quasi inaspettati, che infastidiscono e, nel contempo fanno arrivare il messaggio crudo e duro così come la realtà che rappresentano. In questo gioco di alternanza, l’autrice racconta ogni personaggio nei capitoli a loro dedicati in cui si avvicendano, scatenando un racconto nel racconto, per quanto ne vengano evidenziate le peculiarità emotive e caratteriali, identità singole e autonome, unite da quel sottile legame di sangue che è l’unico fil rouge che li unisce in un effimero senso di appartenenza.

«Mia madre era una quercia ed io un fuscello che cresceva appoggiata ad essa»

Questa frase è anticipata da una descrizione di mamma dall’istinto selvaggio e felino, di una donna annientata e spenta dalle avversità della vita; ma nonostante ciò la protagonista è riuscita a costruire col passare degli anni, un rapporto indecifrabile e silenzioso, e così per lei la madre, la persona che più ama al mondo, è il suo punto di forza e sostegno, così come il legame del ramoscello alla quercia, che sono inevitabilmente interdipendenti l’una all’altra. E così si evincerà che, anche da un rapporto affettivo e d’amore come quello tra madre e figlia, vi è un lato oscuro. Lo stesso lato oscuro che accomuna, senza distinzione, ricchi e poveri: sconfitti e uniti da un malessere simbiotico. Lo stesso lato oscuro intrinseco nelle istituzioni che emerge durante la narrazione quando ci scontriamo con frasi del tempo tipo:” Meglio un fiume di sangue che un figlio di troppo!”, riferito alla pianificazione delle nascite. Ogni personaggio avrà una sua evoluzione, inizio e fine, tutto sarà correlato da casualità, scelte, condizioni, incontri, malessere e volontà al cambiamento.

Perché leggerlo: l’autrice attraverso la voce narrante della protagonista, ci guiderà in una rappresentazione di verità sociale in modo semplice e diretto. Ogni lettore si può rapportare e identificare in uno o più, perché al di là del paese e della Nazione, ciò che è sempre comune è l’animo umano e il valore di appartenenza, le radici e il ruolo della famiglia, che in primis,segna ognuno di noi.

Il mondo magico di Sandy, recensione che passione, Simona Trunzo

IL MONDO MAGICO DI SANDY, DI DANIELA VIVIANO “Narra la leggenda che sia accaduto solo una volta, dico una volta sola che una goccia di r...