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mercoledì 18 gennaio 2023

Un luogo giusto in cui morire, recensione che passione, Simona Trunzo


del giallo “Un luogo giusto in cui morire” di Giuseppe Benassi, casa editrice L’Erudita

“Borrani era incazzato nero. Il treno doveva arrivare da Roma alle diciassette e trenta. Era un tetro pomeriggio di fine novembre, piovoso e nebbioso.”

 Quella che avrebbe potuto essere una comune e raffinata descrizione di un luogo si tramuta nell’introduzione all’obbrobrio grottesco che circonda il più comune degli spazi abitati dell’essere umano. Questa la visione scelta dall’autore del giallo Un luogo giusto in cui morire di Giuseppe Benassi, edito L’Erudita.

Tutto riporta a una installazione greve, ambienti lugubri, in cui ogni azione è attorniata dal lato oscuro, quello dei pensieri e dei peggiori tormenti della mente, che l’autore riesce a schiudere in un viaggio nell’oblio parallelo al percorso del protagonista, vittima delle sue stesse congetture paranoiche che assumono visioni distorte delle realtà più banali: così come paragonare il dentifricio a un verme bianco che prende vita sul suo spazzolino. L’avvocato Borrani, vittima dei suoi stessi pensieri, sarà travolto da eventi oscuri e coincidenze beffarde che lo condurranno a essere il principale sospettato del delitto che si consuma.

Ma come può la morte di un uomo aprire a nuove possibilità di vita? La riflessione a cui ci invita Giuseppe Benassi va oltre il comune pensare, perché ci apre a una visione differente della stessa morte, non finalizzata come condizione permanente e irreversibile, ma come trasformazione o mutazione degli eventi. La morte di un individuo in effetti ha ripercussioni sulle persone coinvolte indirettamente e non, perché provoca cambiamenti, che possono essere anche evoluzione morale e personale dei soggetti interessati, comunque sempre metamorfosi. Ma si fa riferimento anche alla morte morale, quella che ci rende burattini privi di anima e di pensiero in balia delle circostanze, come un tronco trasportato dalle onde del mare, ma che fortunatamente si possono risvegliare da questo sonno apparente e liberarsi dai fili e riappropriarsi di se stessi e del dono più bello ricevuto: la vita.

Vita-morte, una dualità che si ripropone durante la lettura come stadi dell’evoluzione dell’anima in una continua catarsi, così come quando la candida neve bianca diventa simbolo di purificazione. Una dualità ricorrente che si alterna scombinando equilibri instabili, che abbattono barriere morali preconcette e false che si nascondono da una facciata di integrità morale ben costruita e fuorviante da quella che può essere la semplice realtà delle cose.

Il protagonista di Un luogo giusto in cui morire decide così di sfidare il destino e stravolgere gli schemi della sua ben costruita quotidianità intrinseca di noia che avvelena l’anima in una stasi malata. Così, nonostante la sua palese indolenza, inizia una battaglia contro gli eventi che si presentano repentini e insidiosi, quasi premonizione di disgrazia, ma che decide di sfidare e affrontare anche nelle peggiori delle ipotesi, sino a dissolversi nel nulla, così come l’accusa che l’ha travolto.

Una ricerca della verità dei fatti e di se stessi, dove si affrontano coincidenze ed eventi, dove bisogna oltrepassare il limite di ciò che è apparente e mettere tutto in discussione, decidere se la verità celata equivale a mentire o è solo omettere, rendendosi conto che non si conosce mai nessuno completamente, a cominciare da se stessi. Un’indagine introspettiva e dei fatti, fondamentalmente un’indagine della vita e dell’essere umano e dei lati oscuri che si nascondono in ogni singolo individuo, una continua ricerca di verità ed equilibrio che ci conduce all’alternanza di ordine assoluto e caos, da bene a male, da luce a buio.

Leggi anche la recensione di “Nella vertigine d’un’assenza” di Paolo Ferrari

La lettura del romanzo di Giuseppe Benassi invita a un’analisi bizzarra della vita e della coscienza dell’uomo, avvolta da mistero, coincidenze, paure che si superano solo con la ricerca ostinata della verità, in primis quella di noi stessi.

Simona Trunzo

Nella vertigine d’un’assenza, recensione che passione, Simona Trunzo


Recensioni: “Nella vertigine d’un’assenza” di Paolo Ferrari

Immagini evocate dalle parole poetiche dell’autore che introducono a una profonda riflessione sull’essenza di ciò che ci circonda e la vita stessa, una volta trovata una sua giustificata essenza si annulla nell’infinita assenza della sua essenza.

Il continuo altalenante annullare un concetto per dare spazio al suo opposto, annullare e ridare vita al concetto precedentemente vanificato, come nel simbolo dell’infinito, tutto si annulla per dare spazio a se stesso.

“Tutto è vita, tutto è morte

Tutto esiste, tutto è inesistente.”

Nella vertigine d’un’assenza di Paolo Ferrari (O barra O) è una lettura poetica che conduce a una riflessione della vita-non vita, ricca di descrizioni avvalorate dall’efficacia delle parole scelte, che sono esse stesse protagoniste silenti, che aprono uno scenario ricco di emozioni e sentimenti- “oppure no, perché voce mancante”.

Parola-Silenzio. La parola nasce dal silenzio e alla parola espressa subentra nuovamente il silenzio, come uno stato di quiete tralciato dalla forza comunicativa. Anche nella parola si presenta prepotente l’alternanza della contrapposizione, della sua presenza assenza, come espressione del mondo interiore che si rivela come reazione alle provocazioni esterne. E come tale ha avuto una sua evoluzione. Gli strumenti essenziali di cui si è servito l’uomo per la sua evoluzione sono linguaggio e lavoro.

La fabbricazione quanto il successivo perfezionamento degli strumenti di lavoro e la necessità della collaborazione comune hanno condotto l’essere umano al bisogno di comprendersi e trasmettere le proprie esperienze. L’acquisizione del linguaggio ha reso possibile lo sviluppo del pensiero, con conseguente processo evoluto dell’uomo. Tutto si svolge come ciclo naturale della vita e delle sue alternanze: tutto e niente, male e bene, nel valore assoluto del tempo e del suo fluire.

Un’occasione acritica di rivivere e analizzare il recente passaggio storico, come estratto dalla contemporaneità dei tempi, ricco di sfaccettature da approfondire in un’analisi socioculturale ed emotiva, con riferimenti alla scienza e al suo evolvere, una scienza che si rifugia nel caos primordiale, nel disordine più assoluto della materia dalla quale si formò il mondo. Tracce di indizi per un’analisi del sé e non sé. Mutazione, trasformazione e rinascita.

E ci inoltriamo nel ciclo vita morte, ma morte esistenziale o carnale o vita priva di vita stessa che apre l’anima ad una morte emotiva che ci rende privi della nostra essenza, del sé. Un vuoto esistenziale che si trasforma in una voragine che ci travolge. Anche il respiro, che è parte intrinseca dell’essere umano è scandito da un ritmo ben preciso, che rende il nostro vivere armonioso, un ‘armonia che si riflette nei nostri pensieri e movimenti, un continuo respiro che si rigenera come il flusso delle acque del mare e dei fiumi.

“Un niente che scopre e discopre/ svela e nasconde.”

Una lettura travolgente determinata dalla sua delicatezza poetica narrativa con cui Paolo Ferrari ci accompagna in viaggi temporali passati, recenti e contemporanei, episodi storici violenti e cruenti che si sono imposti in modo tirannico, velati dalla sua capacità narrativa descrittiva e dalla scelta delle parole non parole, in riflessioni esistenziali quasi a non voler esprimere alcun giudizio, ma invitando il lettore a continue riflessioni, dal tutto al niente, come unico filo conduttore.

“La scrittura scrive
La parola dice e poi scompare.”

Simona Trunzo

Silenziosa sfiorisce la pelle, recensione ché passione, Simona Trunzo


Recensioni: “Silenziosa sfiorisce la pelle” di Tlotlo Tsamaase

Silenziosa sfiorisce la pelle di Tlotlo Tsamaase, edito Zona 42, un titolo dall’essenza poetica che introduce a una novella dai toni forti nella sua denuncia razziale e sociale. Una narrazione che rompe tutti i confini.

“Non fidarti di chi non ha un’ombra – diceva mia nonna – se l’ombra si separa dal padrone significa che nel corpo non c’è più lo spirito. Qualcosa li ha separati.” Un’introduzione forte a ciò che sarà narrato successivamente, che resta nella memoria del lettore e che si ripropone in più momenti: un corpo senza ombra è privo di spirito/anima.

L’ombra è la proiezione del corpo, quindi un riflesso di se stessi, che può ricondurre a ricordi d’infanzia – quanti bambini hanno giocato con la propria ombra; ma potrebbe anche rappresentare il nostro inconscio, la parte sconosciuta, quella che forse non si vuole vedere, accettare, scoprire; quel lato oscuro che non si vuole accettare. In effetti l’autrice nativa del Botswana, si esprime a tal riguardo quando scrive: “L’unico momento in cui diventiamo noi stessi è quando moriamo e diventiamo inchiostro sempre nero nel cielo…”.

L’emarginazione che uccide

Il tema della morte sembra predominante, ma ciò a cui si fa maggior riferimento è la tematica morale-spirituale, quella che ti uccide dentro. La sottomissione spirituale, sociale, razziale: l’emarginazione che solo l’essere umano sa creare. Il dramma che vive la protagonista, che rivede frammenti di se stessa riflessi in schegge di uno specchio rotto: occhi di una ragazza che riesce a vedere la vera identità delle persone, ma non la propria.

Il tutto si svolge in un’ambientazione dettagliatamente descritta, che apre il lettore a una realtà sconfinata e astratta, quasi non catalogabile, dove l’unica realtà tangibile sono i sentimenti. Emergono il senso di emarginazione e distruzione sociale, in una lotta impari, in cui la protagonista e la sua compagna si oppongono in una lotta ricca di stratagemmi; perché nella vita si possono fare due cose: vivere o morire.

Divisioni antiche comuni a ogni civiltà

Una città divisa in due parti da un binario su cui passa il treno dei defunti: un lato orientale dove sorge e tramonta il sole e uno occidentale dove sorge e tramonta la luna; ulteriore elemento che evidenzia divisioni e differenziazioni.

Il senso di esclusione e distruzione si fa sempre più incalzante durante la narrazione, abbattendo così ogni distanza di genere con le similitudini più sordide che accomunano ogni luogo e civiltà: superstizioni, tradizioni, conflitti, intolleranza, marginalizzazione, distruzione.

La protagonista, colpevole delle sue stesse scelte, si oppone a tutto questo con ogni sua forza, ogni suo respiro, provocando la sua stessa “sfioritura della pelle”: simbolo dell’annientamento di sé; perché “uniformandoti perderai tutto ciò che hai”.

La lotte per mantenere e conquistare la propria identità di Tlotlo Tsamaase

Perché leggere questa novella di Tlotlo Tsamaase? Per la capacità dell’autrice di parlare di un conflitto sociale e individuale, in una terra come l’Africa, in una narrazione che rompe tutti i confini, riproducendo un’ambientazione che può essere di tutti e in ogni luogo, perché tutti, in modo diverso, lottano per la propria identità personale.

Simona Trunzo

domenica 24 luglio 2022

ALCHIMIA DI MONDI DIVERSI, recensione che passione, Simona Trunzo

ALCHIMIA DI MONDI DIVERSI.
Alchimia: nel lèggere o sentire questa parola si rievoca un mondo di elementi esoterici, di narrazioni lontane dai nostri tempi frenetici e leggendarie, quasi a rievocare uno stato di quiete interiore, che si ripercuote magicamente anche in ciò che ci circonda. In effetti, il termine alchimia, tra i suoi significati, riporta quello che segue come principale:” antica scienza empirica progenitrice della chimica spesso di carattere magico, rivolta alla scoperta dei segreti dell’universo”, e del principio attraverso cui trasformare metalli vili in oro e di creare medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre i suoi termini naturali. Incredibile come una semplice parola composta da otto lettere possa essere così pregna di significato e realtà diversificata.
Dopo questa breve parentesi torniamo al titolo del romanzo: “Alchimia di mondi diversi” di Morena Festi, edito da Giovane Holden Edizioni; forse, nel caso specifico del romanzo alchimia fa riferimento a “mescolanza, accostamento raffinato e inconsueto di elementi o, racchiude tutto ciò che permea il significato della parola. Si scoprirà solo leggendo….
Prima di addentrarsi nella lettura, una breve dedica “Ai folletti col cielo negli occhi”, valido indizio per ciò che seguirà; infatti la narrazione ha inizio proprio con un’accurata descrizione di un folletto: “La punta aguzza di un cappello color cobalto e due piccole braccia tese in alto, fuori dalla coltre soffice. Unica macchia di colore in tutto quel bianco.”
Il bianco di una coltre di nube che la protagonista ci descrive facendoci partecipi della sua partenza per l’Islanda, un viaggio tanto desiderato quanto sperato e maturato nel tempo, con radici fondate nel periodo della sua infanzia, quando lei stessa era protagonista della lettura di fiabe leggendarie, con principali protagonisti i folletti. In questo viaggio lei sarà protagonista diretta, nella realtà del viaggio, di mondi, diversi che si fondono in pura alchimia: quelli dei folletti e degli umani che popolano le terre d’Islanda.
In tutto il percorso della sua esplorazione sarà accompagnata da un dubbio che le pervade la mente: per quale motivo ancestrale lei ha la facoltà di poter vedere oltre quel confine che separa due realtà così vicine, che si intrecciano abilmente senza invadere la realtà una dell’altra! I suoi stessi compagni di viaggio sono esenti dal vivere la stessa esperienza: che si tratti di un dono fatto dagli stessi folletti? E così, nel girovagare tra una meta e l’altra, tra geyser, villaggi, dune, fattorie sperdute e spazi infiniti, condivide con il lettore, il mondo nascosto dei folletti; con il consapevole terrore di non poter mantenere vivo il ricordo di questa sua percezione, perché, si sa, i folletti hanno il “potere del ricordo svanito”, gli basta fissare negli occhi la determinata persona e il loro ricordo e tutto ciò che è stato visto relativo al loro mondo, sarà cancellato, il soggetto non ne avrà più memoria.
Un’altra curiosità della protagonista è sapere se poi lei è effettivamente un'unica prescelta o ci sono altri essere umani che hanno la possibilità di vedere oltre. Forse i bambini:
“A loro è dato il dono di osservare con gli occhi dell’innocenza e senza preconcetti. Credo proprio che nei primi anni di vita, umani e folletti non abbiano cognizione di appartenenze a razze diverse. Giocano semplicemente assieme.”
In questa narrazione fantastica e poetica al contempo, l’autrice apre all’opportunità di spunti relativi al quotidiano, ad esempio come, semplici affermazioni ripetute all’infinito a cui quasi non si fa più attenzione: in effetti l’innocenza di un bambino si palesa quotidianamente, un’innocenza che il bambino ha sua sino a quando non è intaccata dai pregiudizi della vita degli adulti. Il bambino vive di fantastici e delicati istinti: sorride, gioca o allontana da sé a suo piacimento, senza dover compiacere: tutto ciò che lo circonda rapportato al suo semplice mondo.
Anche i folletti descritti nel romanzo diventano pretesto per far affiorare, in modo completamente esente da giudizi, fattori pertinenti il rispetto ed il valore dell’ambiente, proprio quando attribuisce loro dei ruoli ben definiti. I folletti dell’acqua, quindi ruscelli, torrenti, fiumi, laghi, mari e oceani. L’acqua vuole essere libera quindi bisogna occuparsi con attenzione del suo contenimento. Così come i folletti del ghiaccio, che devono proteggere dallo scioglimento e i folletti del fuoco, che devono contenere quest’indomabile energia.
Un viaggio ricco di sorprese e soddisfazioni, che non poteva non concludersi con uno degli eventi più importanti da osservare, se non il più importante o affascinante! L’aurora boreale:
“Fiamme guizzanti divampano, si assottigliano e si spengono, scompaiono e riappaiono con variazione di luce diversa e discontinua. I colori si fondono…. ……È uno dei rari momenti in cui veramente passato e futuro non esistono. Si vive solo il presente, un presente che ti risucchia e vorresti non finisse mai.”
In questa fase del romanzo si pone a confronto la veridicità scientifica dell’aurora boreale, in opposizione agli elementi magici e dell’occulto; o meglio la magia di un unico folletto, che si diverte a dirigere l’aurora e i suoi colori come un direttore d’orchestra.
Ma questa avventura, come tutte le cose belle, è finita: è già il momento di ripartire e salutare la fantastica Islanda.
Perché leggere questo romanzo: perché ci conduce ad una vita surreale, in un viaggio guidato dagli scorci d’Islanda, descritti con accurata minuzia e arricchita, dalla visione reale o meno, di una vita parallela in un mondo che detiene due realtà apparentemente parallele in sé: la nostra e quelle dei folletti. Un’ occasione per rivivere l’incanto di favole narrate e poi dimenticate.
Simona Trunzo

IL CANE DI FALCONE, recensione che passione, Simona Trunzo

IL CANE DI FALCONE
Di Dario Levantino Fazi Editore
Il titolo potrebbe condurre alcuni lettori alla figura del Magistrato Giovanni Falcone, emblema della lotta alla mafia; altri potrebbero semplicemente essere incuriositi e accattivati dall’illustrazione di copertina raffigurante un cane al guinzaglio con un uomo di cui non vi è volto. Cominciando a sfogliare il libro dal primo foglio a seguire, possiamo focalizzare, oltre titolo-nome autore-casa editrice il logo della fondazione Falcone, raffigurante l’Albero simbolo dell’impegno verso lo stato e la lotta alle mafie; a tutto ciò segue la prefazione di Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, conferma inequivocabile, che si tratti proprio di Giovanni Falcone.
Ritorniamo al titolo: perché il “Cane di Falcone?” la risposta si ha ad inizio lettura, quando si presenta la voce narrante: il cane. Il cane, che informa il lettore di essere autore del libro e, per rassicure sulle sue capacità narrative, introduce al romanzo evidenziando alcune sue peculiarità personali: ottima memoria, che gli consente di narrare anche di fatti lontani; caratteristiche fisiche: è zoppo e caratteristiche percettive: è un pò veggente. Poi ci introduce nel suo mondo, la sua storia, dalla sua famiglia d’origine: la madre e la cucciolata in cui è nato e il luogo: un paesino siciliano, in un particolare vicolo, con un particolare e definito umano, che abitava proprio lì.
L’introduzione quasi fiabesca si apre ad uno scenario improvviso di una realtà crudele e spietata. L’alternanza narrativa scelta accompagnerà il lettore in tutto il romanzo. Ed è proprio un evento crudele che condurrà il nostro protagonista, in fuga dal paesello nativo, a Palermo, dove ormai solo, dovrà impegnarsi per la sopravvivenza. Con il trascorrere dei giorni il cane nota che la parola più usata e diffusa in quella città è mafia, se ne parla in ogni luogo e modo e giunge ad una sua personale riflessione: “Mi convinsi pure di un’altra verità: non possiamo accorgerci della Mafia soltanto quando viene allo scoperto, perché le cose accadono quando sono già accadute.”
“Le cose accadono quando sono già accadute”, si può chiarire questa riflessione con un esempio esemplificativo che esula dalla narrazione: “il telegrafo senza fili fu ideato all’epoca di Guglielmo Marconi, ma le onde elettromagnetiche erano già esistenti.” L’intuizione e la capacità creativa si attivano su una base di partenza, un qualcosa di astratto già esistente e non se né può negare l’evidenza.
Poi giunge il giorno della sua prima premonizione: l’esplosione di una bomba che sarebbe avvenuta di lì a pochi secondi; il mezzo una Fiat 126 verde in Via Pipitone 59. Il suo abbaiare per avvisare le persone circostanti fu inutile. Questa incapacità di poter intervenire in soccorso dei cittadini segnò il cane emotivamente e moralmente.
L’alone di corruzione, omertà, violenza indiscriminata contro innocenti, fa crescere nel giovane randagio un forte senso di giustizia, che lo porta ad una decisione nuova: imparare ad abbaiare bene, ululare come un lupo, così da poter disperdere i civili in caso di agguato mafioso e, per raggiungere ciò comincia ad esercitarsi durante la notte. Ma questo abbaiare notturno non è ben accetto, più di una persona ne è infastidito e, proprio quando decidono di allontanarlo sarà salvato dall’intervento di colui che diverrà il suo compagno di vita; il primo che gli dona una carezza e lo accoglie a sé: Giovanni Falcone. Il cane sarà sistemato presso il tribunale, luogo dove il magistrato trascorre la maggior parte della giornata: si impegnerà a portarlo dal veterinario, comprargli un guinzaglio e tutto il necessario per farlo star bene, e poi la scelta del nome: Edipo, ridotto poi al nomignolo di Uccio, come fu a suo tempo per Falcone. I due con il tempo conquistano un rapporto di fiducia confidenziale ed intimo.
Uccio, tra le ore trascorse in tribunale, i notiziari ascoltati dal televisore del bar e le confidenze del magistrato, comincia ad essere sempre più informato riguardo l’argomento Cosa Nostra ed è in grado di giungere a riflessioni personali a riguardo:
“Quando incasellai l’ultimo tassello di quel mosaico, rimasi deluso e stregato allo stesso tempo. Deluso per la genialità del male e stregato per la strategia del giudice Falcone, capace di scoprire quell’invisibile trama grazie alla sua inchiesta denominata “Pizza connection”.
Le riflessioni di Uccio ci guidano in un percorso di vita personale e, fatti di reale quotidianità della vita del tempo, senza far distrarre il lettore dalla narrativa o, disperderne la trama, che è un tutt’uno ben intessuto.
Uccio riesce anche a ritagliarsi degli spazi di tempo e luogo tutti suoi e scoprirà così anche l’amore per una dolce cagnetta di nome Kelly; così come avrà modo di conoscere la donna di cui è innamorato il magistrato. Già, ma uccio come può definire la relazione affettiva che lo lega al suo umano? In questo passaggio l’autore coglie l’occasione per parlare di legami familiari, in particolare della figura paterna. Padre biologico e padre dal punto di vista affettivo: “un padre dedica tempo ai suoi figli, li riprende in caso di bravate, li difende dagli altri, si preoccupa della loro salute e al pari di una madre li accarezza.” Padre è colui che ti cresce, così la conclusione più ovvia per Uccio è che Falcone è suo padre.
In questo romanzo, nel continuo intrecciarsi della vita del Magistrato e di Uccio, con tutte le loro vicissitudini e condizionamenti comuni, nella scelta narrativa fiabesca, sempre attuale e mai fuori tempo, si nota una simbologia prepotente che ci accompagna nel racconto: il bastone. Il bastone, generalmente, rappresenta un simbolo di potere e sapere magico, utile per scacciare le forze del male, mentre in questo racconto il bastone, associato alle figure mafiose racchiude in sé proprio le forze del male associate all’essere umano, una malvagità feroce.
Perché leggere questo libro: oltre a ripercorrere uno spaccato storico della nostra società, l’intrecciarsi della vita del cane e del magistrato, legati da un malessere invisibile, la Mafia e grazie alla scelta narrativa, l’autore si limita a riportare gli accaduti privi di enfasi emotiva, riversandola tutta nella fiaba, che assumerà toni cruenti e dolorosi. Un punto di vista a noi sconosciuto che ci consentirà di giungere ad un auto analisi delle vicende privi da condizionamenti,
“L’importante è saper convivere con la propria paura e non farsene condizionare. Ecco il coraggio è questo, altrimenti non c’è più coraggio ma incoscienza.” (Giovanni Falcone)
di Simona Trunzo

lunedì 18 luglio 2022

"Crescita selvaggia " recensione ché passione, Simona Trunzo

 

“Crescita selvaggia” di Sheng Keyi

"Crescita selvaggia" di Sheng Keyi

Immergersi e confrontarsi in nuove letture, un viaggio in cui si può diventare protagonisti passivi e, perché no, emotivamente attivi. In questo caso particolare, il titolo, indirizza la curiosità del lettore verso l’idea di famiglia e di crescita efferata e feroce, orientando in una precisa narra. In effetti la prima cosa che si palesa ad inizio lettura è un grafico, o meglio, l’albero genealogico della famiglia: nonno/nonna-padre/madre, figli nipoti, ovvero i principali protagonisti.

«La nostra famiglia era priva della capacità di consolare gli altri, ciascuno gestiva le proprie emozioni in solitudine, ma effettivamente nessuno aveva mai perso il controllo. La luce in un mondo di menzogna non è che il neon di un obitorio.»

Questo il fulcro di ciò che sarà snocciolato: emozióni represse e nascoste dall’incapacità e l’impossibilità di esternarle, in una famiglia che vive di stenti, in una società maschilista in cui la donna non ha libertà di genere, dove tutti sono uguali solo nel non perdere il controllo delle loro frustrazioni, dolori, speranze, gioie e amori; in un mondo di menzogna preludio della morte emotiva. La narratrice ci presenta subito la sua antenata, la nonna di cui ha memoria solo grazie la fotografia appesa alla parete, introducendoci ai dissapori tra il nonno e il padre, che con il passare del tempo sono diventati sempre più aspri e cruenti, un’intolleranza reciproca, che segnerà I destini futuri, causata dalla precedente vita del nonno cresciuto in ricchezza e benessere, di cui non ha saputo lasciare niente in eredità al figlio, a causa del vizio del gioco. L’unica eredità che il nonno tramanderà alla nipote:

«una buona calligrafia, che consente di coltivare la nobiltà d’animo.»

Contrasti generazionale e socioculturali

Così si accede ad un racconto parallelo ed incrociato dei protagonisti della famiglia, in un contrasto e confronto generazionale che ne mette a nudo ogni aspetto, incastonato in una società che ben ne rappresenta il passaggio storico,politico e sociale e l’evolversi dei tempi. Uno dei passaggi fondamentali che segnerà I destini di questa famiglia è rappresentata dai tumulti a Pechino e le manifestazioni universitarie, che evidenzierà la netta spaccatura sociale tra ricchi e poveri, colti e nón; il ruolo dell’esercito e delle figure militari e la loro influenza, non sempre ben gestita; l’importanza della libertà di stampa e il valore aggiunto dell’Università, non solo come un percorso di studi fine a sé stesso, ma come un’opportunità. Un’opportunità intesa come via di fuga dalla miseria e dalla costrizione; un miglioramento culturale ed economico, quindi di riscatto sociale, dove non sei più “il figlio di “, ma una persona con una propria identità personale, che ti contraddistingua dagli altri. Ma anche la più aspirata delle figure professionali cela il suo lato oscuro:”È a fare i giornalisti che si scopre quanto sia storta la società. ” un continuo contrasto e opposizioni di personaggi forti e deboli, colti ed ignoranti, ricchi e poveri, affiancata dalla scelta linguistica della scrittrice, a tratti semplice-raffinata-poetica, che va a contrastare violentemente ed improvvisamente, con dialoghi e descrizioni rudi-volgari, quasi inaspettati, che infastidiscono e, nel contempo fanno arrivare il messaggio crudo e duro così come la realtà che rappresentano. In questo gioco di alternanza, l’autrice racconta ogni personaggio nei capitoli a loro dedicati in cui si avvicendano, scatenando un racconto nel racconto, per quanto ne vengano evidenziate le peculiarità emotive e caratteriali, identità singole e autonome, unite da quel sottile legame di sangue che è l’unico fil rouge che li unisce in un effimero senso di appartenenza.

«Mia madre era una quercia ed io un fuscello che cresceva appoggiata ad essa»

Questa frase è anticipata da una descrizione di mamma dall’istinto selvaggio e felino, di una donna annientata e spenta dalle avversità della vita; ma nonostante ciò la protagonista è riuscita a costruire col passare degli anni, un rapporto indecifrabile e silenzioso, e così per lei la madre, la persona che più ama al mondo, è il suo punto di forza e sostegno, così come il legame del ramoscello alla quercia, che sono inevitabilmente interdipendenti l’una all’altra. E così si evincerà che, anche da un rapporto affettivo e d’amore come quello tra madre e figlia, vi è un lato oscuro. Lo stesso lato oscuro che accomuna, senza distinzione, ricchi e poveri: sconfitti e uniti da un malessere simbiotico. Lo stesso lato oscuro intrinseco nelle istituzioni che emerge durante la narrazione quando ci scontriamo con frasi del tempo tipo:” Meglio un fiume di sangue che un figlio di troppo!”, riferito alla pianificazione delle nascite. Ogni personaggio avrà una sua evoluzione, inizio e fine, tutto sarà correlato da casualità, scelte, condizioni, incontri, malessere e volontà al cambiamento.

Perché leggerlo: l’autrice attraverso la voce narrante della protagonista, ci guiderà in una rappresentazione di verità sociale in modo semplice e diretto. Ogni lettore si può rapportare e identificare in uno o più, perché al di là del paese e della Nazione, ciò che è sempre comune è l’animo umano e il valore di appartenenza, le radici e il ruolo della famiglia, che in primis,segna ognuno di noi.

Il mondo magico di Sandy, recensione che passione, Simona Trunzo

IL MONDO MAGICO DI SANDY, DI DANIELA VIVIANO “Narra la leggenda che sia accaduto solo una volta, dico una volta sola che una goccia di r...